La Montagnola Senese

MONTAGNOLA SENESE

La Montagnola Senese è una delle principali zone collinari della provincia di Siena. Il suo territorio spazia tra i comuni di Casole d’Elsa, Monteriggioni, Siena e Sovicille.
È caratterizzata dalla presenza di boschi cedui dove spiccano il leccio (quercus ilex, la roverella e l’acero e nelle zone più elevate il castagno. Il sottobosco è ricco di ginepro, caprifoglio, cisto, agrifoglio e corbezzolo. Il maggior rilievo è il Montemaggio con i suoi 671 m s.l.m.
Il sottosuolo, prevalentemente calcareo, è ricco di marmi, tra cui il famoso marmo giallo, usati in passato, a partire dal XIII secolo, nella costruzione di molte delle chiese della zona e non solo, essendo stati usati anche per il Duomo di Firenze e quello di Orvieto.
È ricca di grotte carsiche (se ne contano oltre 80) e falde acquifere che assicurano l’approvvigionamento idrico delle varie località della zona e di Siena. Nei pressi della pieve di Molli, nel comune di Sovicille nasce l’Elsa. È questo uno dei punti più alti della Montagnola e la Pieve di Molli si trova sullo spartiacque che divide il bacino dell’Elsa da quello della Merse.
Il territorio della Montagnola, che pure presenta dei tratti di difficile percorrenza, è stato interessato al passaggio della via Francigena che univa il nord Europa con Roma e che, in questo tratto, dalle vicine città di San Gimignano, Colle Val d’Elsa e Monteriggioni conduceva a Siena. Ne sono testimonianza le belle pievi che vi si trovano, come il complesso di Abbadia a Isola e la Pieve di Santa Maria a Castello, nel comune di Monteriggioni e la pieve di Ponte allo Spino, nel territorio di Sovicille.
Numerosi sono anche i castelli presenti nella zona, come il Castello di Montarrenti.
Per le sue peculiarità naturali, storiche e artistiche è un sito di interesse comunitario ai sensi della normativa 92/43 CEE.

Le prime tracce di una presenza umana sulle colline della Montagnola, si hanno durante l’età del bronzo. Infatti nella Grotta dei Salami, fra S.Colomba e Cerrecchia, furono rinvenute alcune sepolture con corredi funebri, risalenti a quel periodo.
In un altro anfratto, denominato Buca del Chiostraccio (che è una delle cavità più vaste della Montagnola, profonda poco meno di 50 metri e lunga circa 100), al di sopra di Castel Petraia, furono addirittura ritrovati uno scheletro umano, databile al 6.000 a.C. ed i resti di un Ursus Spelaeus, vissuto oltre 14.000 anni fa.
Ciò nonostante, si suppone che vi fosse stata una frequentazione dell’uomo di carattere sporadico in tutta la zona, dovuta a particolari circostanze economiche che furono collegate allo sviluppo del traffico dei metalli che si svolse fuori da quest’area.
Comunque un’importante scoperta venne fatta alla fine del secolo scorso vicino al podere la Torraccia di Cetinale, dove tornarono alla luce dodici asce di bronzo a margine rialzato, senza tracce d’uso, custodite in un ripostiglio databile alla prima età del bronzo.
Ben diversi i rinvenimenti archeologici riguardanti il popolo etrusco, che coprono invece tutto il periodo della sua civiltà: dall’età proto-storica a quella della subentrante romanità.
Un piccolo cinerario biconico d’impasto scuro, privo di decorazione, rinvenuto alla fine del secolo scorso presso Cetinale, è da collocare nell’epoca in cui, nella nostra regione, avviene il passaggio dalla preistoria alla storia, intorno al IX-VIII secolo a.C..
Alla necropoli del luogo, sita su terreni composti da depositi continentali fluvio-lacustri del quaternario, sono dovuti altri corredi funerari, (custoditi come i precedenti al museo Guarnacci di Volterra), inquadrabili nell’VIII secolo a.C..
Inoltre è provato che una ristretta classe magnatizia, costituita da famiglie aristocratiche, proprietarie dei fondi terrieri e residenti negli stessi abitati di campagna, accanto a un ceto medio impegnato nella gestione di piccole aziende agricole, era presente nel territorio di Casole d’Elsa sin dalla fine del IV secolo a.C..
Oltre che dalla tipologia delle tombe, le caratteristiche del popolamento risultano evidenti dalla qualità dei materiali rinvenuti, tra cui si segnalano oggetti provenienti da officine attive a Volterra, che testimoniano la dipendenza culturale del distretto di Casole da questo importante centro primario, come pure tutta la Val d’Elsa.
I ritrovamenti del periodo orientalizzante (VII secolo a.C.) e arcaico (VI secolo a.C.), sono costituiti da testimonianze isolate attinenti alla località La Senese: da una tomba a fossa, oltre ad alcuni frammenti ceramici e una cuspide di lancia in ferro, provengono due affibbiagli in bronzo a placca quadrata forniti rispettivamente di ganci e occhielli ai lati, di passanti per l’inserimento della cintura, decorati a sbalzo, con una scena di lotta tra due pugilatori muniti di cesti (una specie di fasciatura alle mani), dietro ai quali è raffigurato un tripode, premio della gara per il vincitore, databili alla prima metà del VI secolo a.C. e conservati nel Museo Archeologico di Siena.
Il modello di questa scena può essere individuato nelle lamine provenienti da Olimpia, nelle quali è rappresentata la contesa tra Apollo ed Ercole per il possesso del tripode delfico.
Come afferma il Begni nel 1848, la presenza degli etruschi in quest’area è tangibile, “poiché, in luogo detto il Casolare, vi esistono sempre le vestigia di vasto fabbricato ad uso di fonderia con una prodigiosa quantità all’intorno di loppe o rosticci, testimoni inrefragabili di quanto sopra”.
Un’altra tomba, completamente abbandonata e tutt’ora facilmente accessibile, forse databile sempre al VII secolo a.C., si trova nelle vicinanze della Fattoria di Mucellena, lungo la strada che porta a Casalteri e di lì alla cappella di Nagli, sul Montemaggio.

Si tratta di un’ampia tomba a tumulo, ricavata nella roccia, con un pilastro centrale e sei camere ai lati che è simile a quella, ben più grande, che si trova a Castellina in Chianti. L’importanza di essa si deve al fatto che nel territorio della Montagnola, questo tipo di tomba è piuttosto raro, dato che la maggior parte è invece di tipo ipogeo, cioè completamente scavata sotto terra.
Inoltre ad Ancaiano, ricerche condotte dalla Soprintendenza Archeologica della Toscana nel 1975, hanno messo in luce, in località Bagnaia, un’altra tomba ipogea, depredata in antico, scavata in uno sperone di roccia.

Flora e Fauna

La Montagnola, come dice il nome, è un insieme di dolci colline alternate a spianate, che misura circa 150 Kmq. Da diverso tempo si sta progettando di renderla parco protetto, in modo da non esser in nessun modo deturpata da costruzioni arbitrarie, come è successo in molte altre campagne. Per ora esiste soltanto un vincolo, spesso non rispettato, a non abbattere alberi senza il permesso della forestale.
Il paesaggio ha la tipica bellezza di quello toscano, con boschi di lecci e di castagni che celano la vista dei pochi campi coltivati a frumento e a foraggio. Solo vicino alle rare case coloniche ci sono radure opera dell’uomo, che del resto le ha abbandonate già da diverso tempo, sia per le disagiate condizioni di vita sui fondi agricoli, nei quali vigeva la mezzadria, sia per la mancanza d’acqua e per un terreno in verità poco fertile.
Le case ora ristrutturate, sono adibite ad agriturismo, molto gradite agli ospiti stranieri e a coloro che vi soggiornano saltuariamente (i “villeggianti” come li definiva don Mario Goretti nelle sue omelie).
In questo contesto, la flora e la fauna sono preponderanti.
Nel sottobosco abbondano i cistus rosa, bianchi e gialli, le orchidee selvatiche, gli iris, le ginestre, le rose canine rosate o bianche, la rampicante vitalba, le eriche vinate, i cespugli di prunus dalle bacche viola e il rovo che s’impiglia dappertutto.
Nei boschi, che occupano oltre la metà della superficie del territorio, predominano: il leccio, il castagno, il cerro, la roverella, il cipresso (vari esemplari), il carpine bianco e nero, la farnia, il pioppo, il ginepro rosso e nero dalle belle bacche di color violaceo, l’avorniello, la robinia pseudo acacia (sorgente di polline per le numerose api), il nocciòlo, il noce, il sorbo degli uccellatori, l’olmo, l’acero campestre (testucchio), l’acero minore (le cui foglie si accendono di rosso intenso in autunno), il ciavardello (dai bianchi fiori a ombrello, seguiti da mazzetti di bacche marroni), il corbezzolo che porta allo stesso tempo bacche rosse con grappoli di piccoli fiori bianchi penduli e i cornioli dalle bacche rosse lucenti.
Nelle annate favorevoli, specie durante la stagione autunnale, i cercatori di funghi invadono i castagneti e i boschi per raccogliere: porcini, cantarellus cibarius (galletti), giallarelle, puppole, pinarelli, ordinali, leccini, paonazzi (lardaioli) e qualche ovulo ormai raro.
Abbiamo citato di proposito i castagni perchè desideriamo, se pure ve ne fosse bisogno, ricordare la grande importanza che tale pianta ebbe fino al dopo guerra ed oltre. Non è possibile aver dimenticato i suoi dolci frutti: le castagne che venivano utilizzate al raccolto oppure dopo essere state seccate e ridotte in farina, costituivano nell’inverno l’alimento principale sia per le popolazioni che per l’allevamento dei suini.
La presenza del castagno, per l’economia dell’area da noi considerata, era indispensabile: sia per il suo impiego (ottima la qualità del legno) nella costruzione di mobili per la casa, sia nell’uso di travi e correnti per l’edilizia. Era inoltre adoperato anche per le botti del vino, i tini ed i pali delle viti.
Oggi questa pianta molto bella e utile, è stata decimata dalla malattia (cancro), ed i castagneti e marroneti superstiti, ormai lasciati nel più completo abbandono, dimostrano la grande trascuratezza e l’incuria perenne degli uomini, che hanno preferito mettere a dimora, negli ultimi anni, anche molte aghiformi quali pini, sia marittimi che neri, cedri e abeti bianchi e rossi e altri alberi a foglia caduca tipo ippocastani, tigli, platani, ecc., per la verità estranei all’ecosistema.
Fra le piante naturalizzate, ricordiamo i ciliegi, i meli, i peri, i susini e i peschi, che si trovano sia allo stato selvatico che domestico.

La Montagnola, pur avendo la stessa altitudine delle colline del Chianti, per una diversa composizione del terreno, non permette all’olivo e specialmente alla vite, di ben prosperare. L’uva trova difficoltà a raggiungere una completa maturazione e così il vino che se ne ricava non ha un gusto gradevole.
Molta parte del territorio è inoltre ancora sfruttata per il pascolo degli ovini e fino a pochi anni or sono, non era difficile imbattersi in numerosi maiali che pascolavano liberamente nei boschi, contribuendo così a tenere bassa la presenza delle vipere. Oltre a queste, vi sono: colubri, orbettini, bisce, ramarri e lucertole.
Un altro suide oggi predominante è il cinghiale, perchè alimentato dagli stessi cacciatori e che reca seri danni alle coltivazioni. Pochi daini, caprioli (un tempo numerosi), lepri, volpi, tassi, faine, puzzole, istrici (protetti), donnole, scoiattoli e ghiri.
Tra i volatili, molte ghiandaie, merli, passeri, corvi, fagiani (allevati per essere cacciati), gazze cucùli, sparvieri, poiane, pettirossi, ballerine grigie, cinciallegre, fringuelli, cardellini, capinere, pettirossi, usignoli (rari), storni, allodole, rigogoli, picchi verdi e rossi, tortore e upupe (protette). Vi sono inoltre anche varie specie di uccelli notturni quali civette, allocchi, barbagianni e anche pipistrelli, che popolano i naturali anfratti e quella sessantina di grotte della Montagnola, tutte esplorate.
Nel momento del loro passo, anche storni e colombi, che vengono attesi dai cacciatori appostati in capanni. Una volta erano frequenti anche quaglie, beccaccie, starne e pernici, specie ora quasi sterminate anche a causa della caccia indiscriminata.
Ritorniamo infine col pensiero al
progetto che da molti anni riguarda la costituzione del “Parco della Montagnola”, che è la più logica soluzione per la salvaguardia e la conservazione di una delle più caratteristiche zone della campagna toscana.

CURIOSITA’ E MISTERI…..

IL BRIGANTE MAGRINI

E’ noto che nel secolo scorso, dopo l’unificazione d’Italia, vari territori della neonata nazione, conobbero il flagello del banditismo. E’ così che il ricordo di personaggi come Tiburzi, Gnicche, l’Orcino, Baicche e tanti altri, contribuì a riempire le veglie dei nostri nonni nelle lunghe sere d’inverno.
Anche la Montagnola, per la natura selvaggia e solitaria del suo territorio, conobbe le gesta di un brigante, il cui ricordo anche se un po’ sbiadito dal tempo, rimane ancor oggi vivo nei racconti degli anziani.
Stiamo parlando di Antonio Magrini detto “Basilocco”. Nato a Monticiano il 13 Marzo 1876 da Ulderigo e da Annunziata Zani, poco più che decenne venne mandato a fare il pastore presso alcuni contadini. Attraverso questo mestiere, che richiedeva un continuo girovagare alla ricerca di nuovi pascoli, acquisì una conoscenza minuziosa sia del territorio grossetano che di quello senese.
Finito che ebbe di fare il pastore, dopo aver anche scontato una lieve condanna, per un non precisato “errore di gioventù”, si guadagnò per qualche anno la vita lavorando onestamente nelle miniere di Campiglia, fino al giorno che, insieme ad altri operai, venne licenziato. La perdita del posto di lavoro, fu attribuita, non sappiamo se con ragione o meno, alla volontà di un sorvegliante. Quindi, deciso a vendicare lo sgarbo, il Magrini si appostò lungo una strada, e quando quest’uomo passò a cavallo, gli tirò una fucilata che lo uccise….o, secondo altre fonti, Magrini si accusò dell’omicidio, si dice per salvare il vero autore del gesto, un povero padre di famiglia.
Fatto sta che il Magrini aveva ammazzato un uomo e, se catturato, avrebbe passato il resto dei suoi giorni in carcere. L’unica soluzione era quella di darsi alla macchia cercando rifugio nei boschi e vivere con i proventi del brigantaggio. E fu proprio questa la strada che Basilocco decise di imboccare.

LA LEGGENDA DEL GRAND’UOMO

Sulla Montagnola ci attende una magica avventura che, dice, sia vissuta qui all’inizio del Ventesimo secolo. Si parla del Montemaggio come “uno dei sette ingressi dell’Inferno” per la sua particolare conformazione che comprende innumerevoli grotte e caverne. Si racconta che “un Grand’uomo qui vi esercitasse un potere occulto che gli permetteva di tenere in pugno la popolazione creando una setta magica che sosteneva di poter raggiungere la verità”. Un sacerdote scoprì il senso della setta e “tentò di impedire al Grand’Uomo di continuare l’oscura opera” ma finì con l’impazzire. L’economia dei contadini del Montemaggio era così fragile che la morte di un vitello, un’improvvisa gelata, una carestia, erano eventi drammatici. Ecco che, in momenti particolarmente delicati come l’agonia di una bestia o una gelata, iniziò ad apparire il Grand’Uomo che risolveva i problemi. Ovviamente, una volta raggiunta la totale dipendenza, affiliava a sé i contadini alla società del “sette” che costellava quei boschi di notti sacrificali.

Si narra di un cammino ben preciso, attraverso sei porte per raggiungere la settima, dove si svolgeva la cerimonia vera e propria. Nelle notti di luna nera erano tutti incappucciati di bianco e si richiedeva la presenza di una donna incinta e di tre coppie di giovanissimi che attraverso le sei porte potevano raggiungere la conoscenza. Le famose sei porte sono state tutte localizzate, sei archi di sassi o mattoni, situate in precisi punti. La fondamentale settima porta si dovrebbe trovare in un a delle caverne, forse proprio in un cunicolo che si apre proprio poco più avanti alla sesta. Le sei porte rappresentano un preciso alfabeto, forse una frase da comporre attraverso elementi che ognuna possiede: ad esempio un albero poco distante che taglia con lo sguardo lo strano arco, una statua che giace di fronte….ecc.

Con questa rete di intimidazioni e minacce, anche la luce del sole poteva osservare all’opera questa setta, così la magia diventa sociale; con le sue conoscenze il Grand’Uomo prende possesso dell’intero Montemaggio e diventa padrone assoluto dei suoi adepti. La scelta del sette non è casuale: è il numero magico per eccellenza, sacro in tutte le teogonie e in tutti i simboli, settimo giorno del riposo, sette i sacramenti, sette i giovani che gli Ateniesi dovevano sacrificare a Minosse per il Minotauro. I riti, si dice, arrivavano a richiamare i morti, le invocazioni si spargevano a lungo nella notte, la cabala del sette precede la Chiave, cioè il momento in cui gli spiriti dovevano apparire mentre l’incenso bruciava.

MARMORAIA

La pieve di Marmoraia, che si ritiene edificata agli inizi dell’ XI secolo, fu varie volte rimaneggiata fino ad epoche relativamente recenti. E’ una chiesa costruita in calcare locale, che si presenta attualmente a tre navate, divise da archi impostati su pilastri quadrangolari e con una sola abside terminale con finestrella a doppio strombo.
Essa nella sua estrema semplicità e mancanza di decorazione, sembra derivare dagli edifici preromanici padani (Ava era di origine longobarda), anche se non è da escludere che sulla grande semplicità abbia influito la povertà della zona.
Arte modesta, quella del primo romanico, ma sempre interessante per la sua spiccata cura dei particolari e spesso viva e colorita d’impronte paesane e locali.
Le absidi erano in origine certamente tre, poiché di quelle laterali, oggi non più esistenti, gli ultimi restauri hanno messo in evidenza dall’interno gli archi di apertura.
Può darsi che siano state demolite quando furono sopraelevate le navate laterali per sovrapporci altri ambienti, coprendo la travatura in legno, con volte a mattoni (in totale contrasto col carattere della chiesa), che danno alla facciata quell’aspetto di capanna. Dalla trasformazione, rimane comunque visibile la traccia di quella che doveva essere la forma primitiva.
In un inventario del 9 aprile 1639, conservato nell’Archivio Vescovile di Colle val d’Elsa, tra gli atti relativi agli anni che vanno dal 1594 al 1761 (n.1076 d’inventario), della Cappella dei SS. Gervasio e Protasio a Marmoraia, vi è notizia che già in quell’epoca la costruzione dei due ambienti sulle navate laterali era già avvenuta. In questo inventario, è citata infatti
“un’altra stanza che risponde sopra quella parte della chiesa dove è l’altare dei Santi sopradetti” (SS.Gervasio e Protasio). Sulla parete opposta, anche se non visibile dall’esterno, c’è anche una meridiana, priva dell’asta, scolpita nella pietra. Sulla facciata si aprono quattro grandi finestre allungate che illuminano l’interno, delle quali forse soltanto le due di centro sono originali, mentre le altre sono state sicuramente aperte molto dopo. Di grande semplicità anche le porte di accesso, sia quella di facciata, sia le due laterali, oggi murate, di cui quella sul fianco sinistro risponde all’interno di un’abitazione.
Queste porte, secondo un sistema assai diffuso negli edifici romanici della zona, sono costituite da un semplice arco richiuso, che sormonta l’architrave in pietra.
Addossata al fianco destro della chiesa (l’originale canonica), resta la traccia di una loggetta, con pilastrino in laterizio, presumibilmente quattrocentesca.
L’altare di sinistra, come si legge in un’iscrizione, fu fatto erigere nel 1728 dal rettore Simone Tinacci, forse durante i lavori di trasformazione della chiesa in stile barocco, a cui probabilmente si rifà anche l’altar maggiore in finto marmo. Sempre di quell’epoca, intorno al 1730, il fonte battesimale.
Trascurata per decenni dalla Soprintendenza ai Monumenti, con parte dei soffitti pericolanti, adesso è stata restaurata, con rifacimento del tetto e dei solai.
Dei resti che comprendono alcuni tratti della cinta muraria, particolarmente ben conservato è quello di fronte alla chiesa, con portale di accesso ad arco ribassato e fiancheggiato da due arciere sul lato ovest e da due belle arciere-archibugiere sul lato nord. Invece ad un intervento più tardo si riferisce probabilmente il basamento a scarpa, sormontato da cordone, di una torretta rotonda a destra della facciata della chiesa.

L’attuale campanile, ingenua interpretazione in stile neo-gotico, si presume che risalga al secolo scorso. Le campane sono quattro. Nella prima vi è inciso: “Giovanni Feri fece nell’anno 1832”; poi ve ne sono due con scritto “Salvatore Rafanelli fonditore in Pistoia 1886” e infine l’ultima, con sole decorazioni a rilievo, senza data.
Il campanile primitivo, per l’individuazione di alcune pietre affioranti dal suolo, sarebbe stato sulla destra, poco discosto dalla facciata e simile a quello di Pernina.

Imboccando la stretta strada bianca a lato della pieve di Marmoraia, si giunge ad un gruppo di case che conservano ancora evidenti le tracce di un insediamento medievale.
Poichè nella tavola del catasto della Repubblica di Siena del 1318-1320, tale toponimo non compare, è da ritenersi credibile l’ipotesi, avanzata da Odile Redon, che individua l’insediamento de “La Villa” con quello di una località chiamata “Culdiprato”.
Dall’Estimo di quegli anni, si ha la prova che nella zona esisteva un nucleo assai importante, ma non si sa dove, costituito da ben 29 case, 3 casamenti ed un casolare.
Non è pensabile quindi che un agglomerato di tale entità possa essere così svanito, senza lasciare traccia.
Anche su quello che doveva essere l’aspetto originale del borgo, possiamo fare solo delle ipotesi e può essere di valido aiuto il confronto con altri siti medievali, la cui pianta ci è stata restituita anche da indagini archeologiche, come quella inerente al castello di Montarrenti.
Alla luce di quanto è emerso dallo scavo effettuato alcuni anni fa in quella località, non è difficile immaginare come anche La Villa fosse attraversata da una piccola strada (tuttora esistente), sulla quale si affacciavano le case su entrambi i lati.
Attualmente invece, gli edifici presenti sono solo a destra della via.

La ragione di ciò può essere forse messa in relazione con la distruzione subita nel maggio del 1554, durante la guerra di Siena. Non è infatti difficile supporre come le artiglierie spagnole, piazzate di fronte alla chiesa e che bombardavano La Villa, avessero soprattutto danneggiato quelle case che rimanevano nella traiettoria, ossia quelle poste sul lato sinistro della strada.
Oltre che da comuni case, pare che nel borgo vi fosse anche un castello e lo si può dedurre da alcune testimonianze architettoniche ancora oggi presenti.
Prima fra tutte un’architrave in pietra serena che poggia su due mensole, sulla quale è incisa l’iscrizione assai consunta, ma ancora leggibile,
“Hoc opus factum fuit sub anno Domini MCCLXXXVII” (Quest’opera fu fatta nell’anno del Signore 1287), che documenta una realizzazione importante, forse lo stesso castello. Questo potrebbe essere identificato con i ruderi presenti nella parte estrema del borgo, sul versante che si affaccia sulla valle del fiume Elsa.
La presenza dei resti di un bellissimo acquaio poggiante su due mensole, fa ritenere l’edificio di notevole importanza, perlomeno rispetto ad altri dalle più povere caratteristiche.

In altre costruzioni circostanti, sono poi visibili alcuni portali ad arco in pietra e resti frammentati, ma eloquenti, di muraglie che fanno ritenere come questo insediamento fosse stato in origine ben fortificato.
La strada che l’attraversa, fu percorsa per secoli dagli abitanti della zona per raggiungere la sorgente di Sòcini e quindi risalire verso Monte Quegna e Casavanti. Il suo tracciato, pur tra la folta vegetazione, è ancora ben visibile in molti punti.

VILLA CETINALE (ROMITORIO E TEBAIDE)

La villa di Cetinale venne costruita tra il 1676 e il 1678 per volere del cardinale Flavio Chigi, nipote del papa Alessandro VII, su una pianura ad est di Ancaiano. Fu realizzata su un disegno di Carlo Fontana, allievo del Bernini, per celebrare l’elezione al soglio pontificio dello zio Fabio Chigi, papa Alessandro VII.
La Villa, destinata a residenza estiva e di riposo, si distingue non per l’imponenza, ma per l’eleganza della sua struttura. Il lato di ingresso è composto da tre corpi: i due laterali sono più stretti e aggettanti, mentre il centrale presenta un portico sormontato da un falso loggiato. La Villa è circondata da una serie di giardini, che variano dal giardino all’italiana al viale prospettico posto davanti al lato posteriore. In posizione più appartata venne progettato il parco, chiamato la Tebaide: è un vasto bosco cinto da mura e movimentato da laghetti artificiali, viali, cappelle, statue di animali scolpiti in pietra viva.

Storia

The history of Cetinale has a dark side; La storia di Cetinale ha un lato oscuro; Joseph Forsyth, an English traveler, noted in 1800: Joseph Forsyth, un viaggiatore inglese, ha osservato nel 1800:

“Cetinale…owes its rise and celebrity to the remorse of an amourous cardinal who to appease the ghost of a murdered rival transformed a gloomy oak plantation into a penitential retreat, and acted there, all the austerities of an Egyptian hermit” “Cetinale … deve la sua ascesa e celebrità per il rimorso di un cardinale amourous che per placare il fantasma di un rivale ucciso trasformato una piantagione di querce cupo in un rifugio penitenziale, e ha agito lì, tutte le austerità di un eremita egiziano”

It is said that Cardinal Flavio Chigi was ordered by the Pope to climb the Santa Scala, (Holy Stair) on his knees each day, in order to atone for his crime. Si dice che al cardinale Flavio Chigi fu ordinato dal Papa di salire la Scala Santa in ginocchio ogni giorno, al fine di espiare il suo crimine. Locals suggest that Flavio, a very worldly and wealthy man, may have managed it once a year on foot, but there is is no historical evidence that such a crime was ever committed. La gente del posto racconta che Flavio, un uomo molto mondano e ricco, saliva davvero la scala una volta all’anno a piedi, sebbene non vi sia alcuna prova storica del famoso crimine. Nevertheless, the atmosphere in the Thebaid (Holy Wood) reeks of repentance and religious contemplation.Tuttavia l’atmosfera nella Tebaide “puzza di pentimento e di contemplazione religiosa”.

Cetinale was originally a farmhouse, built on ruins from an Etrurian settlement in the 9th century BC.Cetinale era in origine una casa colonica, costruita sulle rovine di un insediamento etrusco nel 9 ° secolo aC.Only at the end of the 19th century, was it rediscovered by foreign visitors exploring this remote area of the Tuscan countryside.; solo alla fine del 19 ° secolo fu riscoperta dai visitatori stranieri che esplorarono questa remota zona della campagna toscana. By then it had become one of the most appreciated Italian gardens.Il suo bellissimo giardino divenne così uno dei giardini italiani più apprezzati. The first works of transformation of a small villa are recorded in 1651 when Flavio Chigi’s uncle, Cardinal Fabio Chigi owned Cetinale. Le prime opere di trasformazione della villa sono registrati nel 1651, quando lo zio di Flavio Chigi, il cardinale Fabio Chigi divenne proprietario di Cetinale. The house, a modest building surrounded by farm dwellings, was enlarged on the southern side with two wings that flanked two storeys of open loggias. La casa, un edificio modesto circondato da abitazioni agricole, fu ampliata sul lato sud con due ali che fiancheggiavano due piani di logge aperte. The garden was enclosed by an escarped wall, along which small towers gave it the appearance of a miniature fortress. Il giardino era circondato da un muro lungo il quale piccole torri davano l’aspetto di una fortezza in miniatura.

Benedetto Giovannelli, a local architect, designed these first works completed between 1651 and 1656. After Fabio Chigi became Pope Alexander VII in 1655, the works came to a halt until 1676, when his nephew Flavio inherited Cetinale.Benedetto Giovannelli, un architetto locale, progettò queste prime opere realizzate tra il 1651 e il 1656. Dopo che Fabio Chigi divenne Papa (Alessandro VII) nel 1655, i lavori si fermarono fino al 1676, quando il nipote Flavio ereditò Cetinale. Flavio wanted to transform the villa in Roman Baroque fashion and hired the architect Carlo Fontana, pupil of Gian Lorenzo Bernini. Flavio volle trasformare la villa in modo barocco romano e assunse l’architetto Carlo Fontana, allievo di Gian Lorenzo Bernini. Fontana designed the monumental stair and the marble portal surmounted by a great Chigi coat-of-arms on the northern façade. Fontana progettò la scala monumentale e il portale marmoreo sormontato da un grande stemma della famiglia Chigi sulla facciata nord e pHe projected the chapel, next to which is the “limonaia” (lemon house).rogettò la cappella, accanto alla quale si trova la “limonaia”.

In front of the house stand “Spring” and “Summer”, two statues by Giuseppe Mazzuoli.Davanti all’edificio si ergono la “Primavera” e “l’Estate”, due statue di Giuseppe Mazzuoli. Behind the north front, stand two pillars containing two massive statues, 15th century copies of Trajan’s column in Rome. Dietro la parte nord, si trovano due pilastri che contengono due enormi statue, copie della colonna Traiana a Roma. The avenue then narrows and runs for 220 metres, until it reaches two stone busts of Napoleon and one of his marshals, commemorating the French emperor’s visit to Cetinale in 1811. The theatre lies behind the statues and can be reached from the North, from the ancient road to Siena. Il viale si restringe poi e si estende per 220 metri, fino a raggiungere due busti in pietra di Napoleone e di uno dei suoi marescialli, per commemorare la visita dell’imperatore francese a Cetinale nel 1811. Il teatro si trova dietro le statue ed è raggiungibile da nord, dall’antica strada verso Siena. Originally, it was surrounded by busts, which were later moved to the garden around the villa. In origine, era circondato da busti, che sono stati successivamente trasferiti nel giardino intorno alla villa.

A small gate leads to the start of “Scala Santa” (Holy Stair), about 300 steps, ending in a stone platform.Una piccola porta conduce dell’inizio “Scala Santa”, circa 300 gradini, che termina in una piattaforma di pietra. Here stands the “Romitorio”, a five-storey hermitage inhabited by monks until the end of 19th century, now fully restored. Qui sorge il “Romitorio”, un eremo a cinque piani abitato da monaci fino alla fine del 19 ° secolo, ora completamente restaurato. The straight line that runs from the Romitorio down the avenue and past the house finishes on the southeastern side of the villa, with an enormous statue of Hercules, also by Mazzuoli. La linea retta che va dal Romitorio lungo il viale e davanti alla casa termina sul lato sud-est della villa con una enorme statua di Ercole, anche questa del Mazzuoli.

To the North lies the Thebaid (Holy Wood), named after the desert around the Egyptian city of Thebes, where the early Christians retreated, in order to escape from persecution.A nord si trova la Tebaide che prende il nome il deserto intorno alla città egiziana di Tebe, dove i primi cristiani si ritirarono per sfuggire dalle persecuzioni. Paths, avenues, statues of saints and hermits, and one of the seven votive Chapels surrounding Cetinale are to be found in the Tebaid . Qui troviamo percorsi, viali, statue di santi ed eremiti e una delle sette cappelle votive di Cetinale. The chapels are decorated with frescos representing “The Seven Sorrows of the Virgin”. Le cappelle sono decorate con affreschi raffiguranti “I Sette Dolori della Vergine”. Most frescos have deteriorated but a few are still visible such as “Escape to Egypt”, on the outside wall towards Siena. La maggior parte degli affreschi sono rovinati, ma alcuni sono ancora visibili come la “Fuga in Egitto”, sulla parete esterna in direzione di Siena.

Close to the gate of Saint Anthony carved in stone, by Mazzuoli, are what some believe to be the symbols of the contradas of Siena: a winged dragon, turtles, a snail, a viper, a lion and the head of a porpoise.Vicino alla porta di Sant’Antonio, scolpite nella pietra, si trovano quelli che molti credono essere i simboli delle Contrade di Siena: un drago alato, tartarughe, una chiocciola, una vipera, un leone e la testa di un delfino (dal 1729 le Contrade sono definitivamente fissate nel numero di 17, ma prima di questa data il numero era più alto fino ad essere addirittura più di 40…oggi comunque la Contrade “soppresse” sono 6: Vipera, Spadaforte, Quercia, Orso, Leone e il Gallo. Questo per chiarire la presenza a Cetinale della vipera e del leone.) The alternative belief is that the carvings are of monstrous animals, personifications of the Devil in a medieval wood that is traditionally a place of unsafeness. La convinzione alternativa è che le sculture sono di animali mostruosi, personificazioni del Diavolo in un bosco medievale che è tradizionalmente un luogo di pericolo.

Nel 1978 Cetinale was acquired from the Chigi family in 1978, and occupied by Lord Lambton, who together with his partner Claire Ward, worked tirelessly on restoring the house and its gardens until his death in 2006. The Villa has recently undergone major refurbishment, including a new roof, new plumbing, heating and wiring, as well as several new bathrooms.Cetinale è stata acquisita da Lord Lambton che, insieme alla sua compagna Claire Ward, ha lavorato instancabilmente sul ripristino della villa e dei suoi giardini fino alla sua morte nel 2006. La villa ha di recente subito importanti lavori di ristrutturazione tra cui nuovi impianti di riscaldamento, cablaggio, e idrico. All of this has been achieved without altering the original character or appearance of the house, which is now available for private rental for the first time.Tutto questo è stato realizzato senza alterarne le caratteristiche originali o l’aspetto.

21 settembre 1679: un palio nella villa di Cetinale

Il 21 settembre 1679 si corre un palio nella villa di Cetinale (il primo corso a Cetinale). Al palio prendono parte 14 delle Contrade di Siena, viene corso con le bufale e vince la Contrada della Chiocciola con il fantino Simone Destrieri detto Granchio. Nelle successive, disputate con i cavalli risultarono vincitori il Montone per ben due volte, poi il Bruco, l’Oca, l’Onda ed il Nicchio.

Senese ed amante delle Contrade e del Palio, il cardinale Fabio Chigi, dal 1679 al 1692 (morirà l’anno successivo) organizzò, invitando proprio le contrade che volevano partecipare, ben otto corse di cavalli (sempre nella seconda metà di settembre) che si svolgevano all’interno del parco, detto della Tebaide, oppure lungo il viale che separa il parco stesso dalla villa che si trova ai piedi della Montagnola Senese. Ai vincitori spettavano in premio bacili d’argento e drappelloni, ma, essendo corsi fuori Siena, questi palii non furono mai inseriti nell’elenco ufficiale delle vittorie. Questo l’elenco delle vittorie: 

21 settembre 1679: Chiocciola (fantino Granchio); 

27 settembre 1680: Bruco; 

26 settembre 1681: Valdimontone (fantino Mone); 

23 settembre 1684: Onda; 

23 settembre 1685: Valdimontone (fantino Pavolino); 

22 settembre 1686 Valdimontone (fantino Pavolino); 

23 settembre 1691: Nicchio; 

23 settembre 1692: Oca.

Punto di vista